FENOGLIO Beppe

1922 - 1963 Scrittore

Beppe Fenoglio nasce ad Alba il 1° marzo 1922, in piazza Umberto I n.16 (attuale corso Italia), maggiore di tre figli. Il padre Amilcare (1882-1972), di modeste origini contadine (era originario di Monforte), uomo mite, antifascista, socialista, gran lavoratore, aveva cominciato come garzone di macelleria, per diventare poi a sua volta proprietario di un negozio nel centro cittadino verso la fine degli anni Venti. La madre Margherita Faccenda (1896-1989) era una donna molto devota, energica ed ambiziosa per i suoi figli. Il loro matrimonio era stato celebrato il 16 dicembre 1920.

1923
Nasce il fratello Walter. La sorella Marisa arriverà invece solo nel 1933.

1928-1932
Dopo piazza Umberto, la famiglia Fenoglio si trasferisce in Piazza Rossetti, dove abiterà fino al 1959. Si trattava di una casa modesta, a cavallo di due piazze, vicino al Duomo: un'abitazione scombinata, proprio sopra la macelleria, su due livelli, collegati da una scala di legno. Beppe frequenta le elementari presso la Scuola Michele Coppino, nel palazzo della Maddalena, concludendole in soli quattro anni (salta il quinto). Si dimostra subito uno studente riflessivo e silenzioso, gran lettore, anche se è disturbato da una lieve balbuzie che lo accompagnerà per tutta la vita. Fenoglio ama molto la musica, ha una bella voce, e, cantando, la balbuzie sparisce.

«Da bambino era molto pensieroso, taciturno a volte, ma non fece mai pensare a questa sua particolarità. Lui era così. Semplicemente così. Ubbidiente, non particolarmente vivace. Forse questa sua vivacità repressa si esprimeva totalmente nella impulsività che dimostrava con me» (Margherita Fenoglio, c).

1932-1937
Visti gli ottimi risultati scolastici, nonostante le ristrettezze familiari, la madre si lascia convincere e lo iscrive al ginnasio Giuseppe Govone di Alba. Fenoglio è uno scolaro modello.
Sono gli anni delle vacanze a San Benedetto Belbo, ospite della zia Pinotta, lontanissima parente del padre. Era uno scambio di cortesie: Edoardo, il figlio seminarista della zia, tutte le domeniche andava a mangiare a casa loro, e d'estate la zia Pinotta ospitava i ragazzi Fenoglio. Da queste vacanze nasce il suo grande amore per i paesi delle Langhe, che, adulto, percorrerà da partigiano.
L'inizio del ginnasio coincide con la scoperta folgorante dell'inglese sotto la guida della professoressa Maria Lucia Marchiaro.

1937-1940
In prima liceo il suo professore di filosofia è don Natale Bussi, rettore del seminario diocesano, con il quale Fenoglio rimarrà tutta la vita in ottimi rapporti.
Passa le estati del 1938 e del 1939 ad Alassio, al mare.
In terza liceo c'è l'incontro determinante con due professori d'eccezione: Leonardo Cocito (1914-1944), di formazione marxista, impiccato poi nel 1944 dai tedeschi, suo insegnante di italiano, e Pietro Chiodi (1915-1970), docente di storia e di filosofia, studioso di Kierkegaard e Heidegger ed uno dei grandi nomi dell'esistenzialismo italiano, deportato in Germania ed al termine della guerra professore universitario presso il Magistero di Torino. Entrambi furono per lui maestri di antifascismo.

1940-1942
Il 10 giugno 1940, lo stesso giorno dell'entrata in guerra dell'Italia, Fenoglio sostiene l'esame di maturità.
Si iscrive poi alla Facoltà di Lettere dell'Università di Torino. Supera otto esami in due anni (Letteratura inglese: 24; Storia della musica: 27; Geografia: 22; Storia della filosofia: 24; Storia romana: 30; Storia moderna: 27; Filologia romanza: 27; Storia medievale: 26), senza mai completare gli studi, con grande dispiacere della madre.

1943
Nel gennaio Fenoglio è chiamato alle armi e lascia Alba per arruolarsi nel Regio Esercito. Ma, finito l'addestramento come Allievo Ufficiale (prima a Ceva e poi a Pietralata), arriva l'armistizio dell'8 settembre e lo sfasciarsi dell'esercito con la fuga verso sud del Re. Fenoglio riesce a rientrare a casa in modo molto avventuroso mentre le truppe tedesche occupano progressivamente l'Italia del nord, dove Mussolini ha costituito la Repubblica Sociale Italiana.
In dicembre Beppe e Walter partecipano all'assalto contro la caserma dei carabinieri dove sono rinchiusi i padri dei giovani renitenti alla leva generale indetta dalla Repubblica per continuare la guerra. La loro liberazione provocherà l'arresto di alcuni notabili albesi, tra i quali anche il padre di Fenoglio, presto rilasciato.

1944
Nel gennaio Fenoglio si unisce alle prime formazioni partigiane. Vive la sua prima esperienza nella Brigata Garibaldi. Dopo uno scontro sfortunato a Carrù (il 3 marzo) ed il successivo massiccio rastrellamento, Beppe ritorna in famiglia, dove si trova anche il fratello Walter, che, di fronte all'arresto del padre aveva risposto alla leva, per poi disertare immediatamente una volta saputolo di nuovo in libertà. Per una spiata tutta la famiglia di Fenoglio, madre e sorella comprese, viene arrestata. Questa volta il rilascio è reso possibile da monsignor Grassi, vescovo di Alba, mediante uno scambio di prigionieri con i partigiani.
In settembre Beppe e Walter sono di nuovo sulle colline nelle Langhe del sud, dove si uniscono alle Formazioni Autonome Militari ( i così detti "badogliani" o "azzurri") di Enrico Martini Mauri (comandante Lampus) e di Pietro Balbo (comandante Nord), prestando servizio a Mango agli ordini di Piero Ghiacci. Il 10 ottobre Fenoglio prende parte alla liberazione di Alba (la città rimarrà in mano ai partigiani solo fino al 2 novembre).

«Fisicamente era molto forte, un grande camminatore, esteriormente sempre molto curato ed elegante, aveva un look tutto particolare che lo distingueva dagli altri» (Piero Balbo).

La repressione fascista, dopo la riconquista di Alba, è terribile, anche grazie all'intervento delle forze tedesche: un rastrellamento di dimensioni colossali che costa la vita a centinaia di partigiani. Probabilmente è il momento più drammatico dell'esperienza militare di Fenoglio.

Dopo il proclama del generale inglese Alexander, che annuncia lo stallo delle operazioni per l'inverno ed invita i partigiani a nascondersi in attesa di riprendere le attività a febbraio per la spallata finale, le bande armate si sciolgono e Fenoglio trascorre da solo l'inverno, in un terribile isolamento, alla Cascina della Langa.

1945
All'inizio di febbraio ha luogo il reimbandamento: il periodo più duro è ormai passato. Da marzo a maggio, per la sua eccellente conoscenza dell'inglese, Fenoglio funge da ufficiale di collegamento pesso le missioni alleate, ma partecipa anche alla battaglia di Valdivilla (il 24 febbraio).

1946
Al referendum del 2 giugno Fenoglio vota per la monarchia.
Vivere il dopoguerra e la normalità per lui è difficile. Non gli interessa più diventare professore di inglese e lascia l'Università tra lo sgomento della madre, che vede così svanire il risarcimento per i sacrifici fatti. Il litigi con la madre sono violenti: per i soldi che non ci sono, per il lavoro che non cerca, per il fumo eccessivo, per la laurea mancata. Pare che nel corso di una lite le risponda: «La mia laurea me la porteranno a casa, sarà il mio primo libro pubblicato».

1947
Comincia a lavorare in un'azienda vinicola di Alba (Antonio Marengo). Ma qui resterà tutta la vita, diventandone procuratore e rifiutando anche offerte allettanti da altre ditte concorrenti. Si tratta di un impiego noioso, che ha però il vantaggio di lasciargli molto tempo per scrivere. Per lavoro si reca al massimo a Genova o a Torino, eccezionalmente in Francia. Consegna tutti i suoi guadagni alla madre, che via via gli dà i soldi per le sigarette e poco altro.

1949
Sotto lo pseudonimo di Giovanni Federico Biamonti pubblica nei Pesci Rossi Bompiani il suo primo racconto intitolato Il trucco. Manda all'Einaudi i Racconti della guerra civile (il libro, modificato, diventerà I ventitré giorni della città di Alba) e un romanzo, La paga del sabato, ricevendone il giudizio favorevole di Calvino, ma quest'ultimo testo viene rifiutato da Vittorini. Fenoglio ne ricaverà due racconti.

1950
A Torino conosce di persona Elio Vittorini, Natalia Ginzburg e Italo Calvino, con i quali prende accordi per pubblicare una raccolta di racconti.

1951
Si propone all'Einaudi come traduttore: «Traduco tutto indifferentemente, ma ho una spiccata preferenza per il teatro e la poesia» (lettera di Fenoglio a Calvino, 8 settembre 1951). La collaborazione con la casa editrice torinese non va in porto.
In questi anni con Chiodi, l'ingegner Morra ed altri amici intavola delle vivaci discussioni, spontanee ed informali, su politica, letteratura, storia e religione nella "Tavernetta" dell'Hotel Savona.

1952
Escono I ventitré giorni della città di Alba nei Gettoni Einaudi. Il volume viene recensito sull'"Unità" con una violenta stroncatura (il libro sarebbe stato addirittura, per l'estensore del pezzo, Carlo Salinari, «una cattiva azione») a causa dell'immagine denigratoria della Resistenza che offrirebbe la raccolta. Su "Oggi" lo stesso libro viene invece attaccato per le presunte posizioni «di sinistra» dell'autore. I ventitré giorni della città di Alba attira comunque l'attenzione di alcuni lettori d'eccezione, come Alberto Moravia, che gli propone di collaborare a "Nuovi Argomenti" (e in effetti l'anno seguente uscirà sulla rivista La sposa bambina) e Giovan Battista Vicari, che lo vorrebbe tra gli autori del nascituro "Caffè". Anna Banti, Carlo Bo e Giuseppe De Robertis scrivono delle recensioni molto favorevoli.
A quest'ultimo, che chiede all'Einaudi maggiori informazioni su Fenoglio, così risponde Calvino: «Le rispondo su Fenoglio. È anche come persona, un tipo insolito nelle nostre lettere, anzi proprio il contrario del solito ragazzo di provincia letterato. È un commerciante di vermouth, non in proprio, ma per una ditta in cui svolge mansioni importanti; e deve saperci fare. È un tipo alto, magro, con una faccia da film del West, un po' brutale ed accipigliata, caratteristiche accentuate da una triste affezione: una vegetazione di verruche ed escrescenze sulle guance e sul viso. Parla a scatti, con brevi frasi dal giro inaspettato. Non è certo timido (è chiaramente un uomo pratico e risoluto, è stato comandante partigiano dei badogliani), né è tipo da darsi delle arie; ma è uomo che rimugina dentro e parla poco. Lo si direbbe un istintivo di poche letture - ed in effetti lo è; ciò non toglie che ad un certo momento lo si scopra traduttore di poeti inglesi raffinati; John Donne, Hopkins, Eliot. Ora sta facendo un nuovo racconto, ma i suoi affari ed i viaggi lo disturbano».

1953
Il 4-5 dicembre partecipa a Roma con Calvino al Convegno Nazionale dei Giovani Scrittori, dove incontra di persona Moravia e simpatizza con Giacinto Spagnoletti.

1954
Sempre nei "Gettoni esce La malora con un risvolto di Vittorini (che pure dirige la collana) fortemente polemico verso i «giovani scrittori dal piglio moderno e dalla lingua facile». Fenoglio è amareggiato dalla quarta di copertina e dall'accoglienza ricevuta dal romanzo. Alle recensioni molto positive di Anna Banti, Oreste Del Buono e di Niccolò Gallo (tra gli altri), si aggiungono infatti pareri più freddi e spesso dichiaratamente ostili, fra i quali spicca quello di Domenico Porzio.

1955
Pubblica una traduzione della Ballata del vecchio marinaio di Coleridge su "Itinerari". Su "Paragone" esce uno dei suoi racconti più belli, Un giorno di Fuoco.

1957
La famiglia Fenoglio si riduce: Walter e Marisa, ormai laureati (rispettivamente in Giurisprudenza ed in Scienze Naturali) e sposati, vivono all'estero (Walter a Ginevra dove dirige la Fiat Suisse, Marisa in Germania, dove suo marito è il responsabile della prima fabbrica tedesca della Ferrero). Con i genitori resta solo Beppe.

1958
Fenoglio entra in contatto con Garzanti, che, dopo la delusione per il trattamento ricevuto dall'Einaudi con la Malora, lo alletta con la proposta di pubblicare il suo prossimo libro.
Si ammala di pleurite e ne risente la sua attività. Gli viene interdetto il fumo ma non riesce a rinunziarvi, nonostante il fiato corto.

«A cavallo tra novembre e dicembre ho fatto una bruttissima pleurite che mi ha messo k.d. se non k.o. Quel che è peggio, dovrò starmi particolarmente a riguardo per parecchio tempo ancora. Necessariamente la mia attività è sensibilmente diminuita. Nuoce inoltre al mio rendimento la proibizione medica (che voglio sperare temporanea) dal fumo. Con la sigaretta la mia concentrazione era, o mi appariva, tutta un'altra» (Lettera di Fenoglio a Livio Garzanti, 13 dicembre 1958).

1959
Ceduta la macelleria, la famiglia Fenoglio si sposta a settembre in corso Langhe n.1 e nel luglio del 1961 in corso Michele Coppino. Esce Primavera di bellezza presso Garzanti, con cui Fenoglio sottoscrive un'opzione di cinque anni per i suoi inediti. Il romanzo nasce dalla scelta di rendere autonoma ed autoconclusa (con la morte del protagonista) la prima parte di quello che nei suoi progetti iniziali doveva essere il suo "grande libro" sulla Resistenza (la seconda parte, pubblicata soltanto postuma ed incompiuta è ciò che noi chiamiamo Il partigiano Johnny). Il libro vince il premio Prato, ma viene recensito con una certa freddezza da Eugenio Montale e da Oreste del Buono e persino Anna Banti, la sostenitrice di sempre, lascia trasparire una parziale insoddisfazione per l'ultima prova di Fenoglio.
Intanto la salute declina, interviene un disturbo alle coronarie, complicato dall'asma bronchiale.

1960
Giorgio Questi, documentarista piuttosto noto negli anni Cinquanta, propone a Fenoglio di realizzare assieme un film sulla Resistenza. Fenoglio gli sottopone un soggetto che contiene in embrione il nucleo centrale di Una questione privata, alla quale lavorerà indefessamente per tutto l'anno.

In occasione di "Campanile Sera" Fenoglio stringe amicizia con Gianfranco Bettetini, futuro semiologo degli audiovisivi, ma allora giovane autore televisivo e collaboratore di Enzo Tortora. I due progettano di realizzare assieme un film di argomento contadino.

Il 28 marzo sposa Luciana Bombardi, conosciuta ed amata già nell'immediato dopoguerra. La moglie proviene da una famiglia benestante di Alba (i genitori di lei posseggono un noto negozio di pelletteria). Nonostante le pressioni per un rito in chiesa, Fenoglio insiste per una cerimonia solamente civile e la sua decisione fa scandalo. Il sindaco si rifiuta di officiare il matrimonio e delega al suo posto l'assessore Giulio Cesare Pasquero. Viene organizzata addirittura una manifestazione ostile nei loro confronti, ma la madre di Beppe riesce a scongiurarla, ricorrendo al vescovo di Alba, monsignor Carlo Stoppa.
Il viaggio di nozze è a Ginevra, dal fratello, accompagnati dall'amico fotografo Aldo Agnelli.

1961
Il 9 gennaio nasce la figlia Margherita, per la quale scrive due racconti: La favola del nonno e Il bambino che rubò uno scudo. Confessa: «Non so come farò ancora a scrivere, perché ormai mi sono imborghesito, vivo in casa con la moglie, la bambina. Starei qui, butterei tutto all'aria, anche i fogli su cui dovrei scrivere» (Luciana Bombardi Fenoglio, a).

Accetta di tornare al vecchio editore Einaudi con la raccolta di racconti Un giorno di fuoco (che Calvino vorrebbe presentare al premio internazionale Formentor), ma Garzanti rivendica la sua priorità e ne impedisce la pubblicazione. Una lunga trattativa per giungere ad un accordo, che vede impegnati da un lato Calvino e dall'altro Citati e Bertolucci, si rivela infruttuosa. Il volume uscirà solo postumo.

1962
Riceve il premio "Alpi Apuane"; alla cerimonia conosce finalmente di persona Anna Banti e Roberto Longhi, oltre a Mario Soldati, Giorgio Bassani, Leonida Repaci e Pietro Bianchi.

Viene colpito da emottisi, prima ritenuta di natura tubercolare e poi diagnosticata come un cancro ai bronchi. «Caro Italo, grazie della tua lettera vecchia ormai di settimane. La vedo, purtroppo, appena ora, rientrando da oltre un mese di confino in alta collina. Mi è infatti sopravvenuta una molto seria affezione polmonare per la cui risoluzione occorreranno un bel po' di mesi. Pazienza, bisogna essere disponibili» (Lettera di Fenoglio a Calvino, 15 ottobre 1962).

Alla madre, che va a trovarlo a Bossolasco dove Beppe si cura (e dove frequenta soprattutto alcuni pittori torinesi: Menzio, Paulucci, Irene Invrea, abituali frequentatori del posto), che gli chiede se scrive ancora tanto, risponde: «No, non scrivo più, le cose le penso soltanto nella testa. Sennò come faccio a passare le giornate. Sono anche queste cose a tenermi vivo, vuoi mica che pensi alle lettere della ditta?» (Margherita Fenoglio, d).

1963
«Nell'agosto del 1962 mio fratello andò in Versilia per ricevere il premio Alpi Apuane, e il dottor Micheli, preoccupato per le sue condizioni di salute, volle accompagnarlo. Fu proprio lì che Beppe ebbe una prima crisi violenta del male che lo avrebbe ucciso. Rientrato ad Alba lo accompagnai io stesso a Bra per una visita specialistica dal dottor Notarianni. Ricordo che Beppe gli disse bruscamente: "Se è quella cosa di cui si parla me lo dica subito". Ma la diagnosi di Notarianni fu incoraggiante: un mese di riposo in alta collina e alcune medicine l'avrebbero rimesso a posto.
Tornammo ad Alba in macchina cantando, sollevati da quel dubbio terribile che lui aveva. Beppe andò a Bossolasco, nelle Langhe, dove passò alcune settimane felici, attorniato da amici, estimatori e signore che villeggiavano lì. Poi, alla fine di ottobre, seppi da Luciana che lo avevano ricoverato a Bra. Andai a trovarlo appena potei e lo trovai in un orrendo bugigattolo, in uno stato d'animo pessimo. I Rabino erano stati a trovarlo e gli avevano portato un libro, Il tamburo di latta. Beppe mi disse sconsolato: "Guarda cosa mi regalano... in questo stato".
Era veramente abbattuto, gli s'era sviluppato un collo taurino come non avevo mai visto. Lo lasciai con una profonda tristezza, ma non pensavo che Beppe potesse morire, non mi passava neanche per la testa. Era impossibile morire a quell'età, no? Nessuno si rendeva conto della gravità. Finché un giorno telefonò Luciana: "Sai, lo portiamo a Torino. Gli han fatto un prelievo e...". "Ma allora ha un tumore!", dico io. "Ma sei matto?!", fa lei. Mi precipitai da Ginevra all'ospedale delle Molinette, era febbraio; salgo le scale di corsa e incontro Aldo Agnelli, con un'espressione tragica, che mi fa: "L'ha un tumore grande così". Gli ultimi giorni furono terribili per Beppe. Non riusciva a respirare, e una volta mi fece un gesto come a dire: per favore fatemi un'iniezione...» (Walter Fenoglio, b).

«Beppe Fenoglio entrò all'ospedale delle Molinette di Torino credendosi ormai convalescente da una leggera malattia polmonare; ma il giorno successivo, quando venne condotto nei locali sotterranei, dove si pratica la cobaltoterapia, capì, si rifiutò di sottostare alla cura e senza batter ciglio chiese di essere riportato nella sua camera. Ebbe così inizio una breve storia che va conosciuta perché getta luce non solo sull'uomo ma sullo scrittore.
Nel pomeriggio del giorno in cui venne ricoverato all'ospedale delle Molinette, lo andai a trovare. Eravamo un gruppetto di amici e parenti, tutti ignari della natura effettiva del male. Così scherzammo a lungo, come eravamo soliti fare ad Alba. Nel pomeriggio del giorno dopo, quando mi fu comunicata la terribile notizia, accorsi alle Molinette. In quel momento non c'era nessuno nella sua camera. Mi feci forza, entrai e ci salutammo come al solito. Il suo comportamento mi rafforzò nella convinzione che non sapesse nulla. Ripresi il discorso del giorno prima sulla sua prossima guarigione e sui luoghi dove avrebbe desiderato trascorrere la convalescenza. Mi lasciava parlare guardandomi fisso e assentendo; ogni tanto sorrideva amaramente. Capii che sapeva tutto e tacqui. Stavo per piangere. Allora Beppe mi prese una mano con la destra, e con la sinistra mi fece segno come volesse dire: su, su, non fare tante storie. Gli era stata praticata la tracheotomia e comunicava scrivendo su un notes. Se lo fece dare, e aggrottando le ciglia, come soleva fare, scrisse sul foglio: "Caro Chiodi, occupati anche tu a suo tempo degli studi di mia figlia Margherita". Null'altro.
Lo andai a trovare ogni giorno fino alla sua morte, che avvenne la notte del 17 febbraio 1963. Noi tutti che gli fummo vicini possiamo testimoniare che non ebbe mai un attimo di scoramento né di rivolta. Scrisse parecchi biglietti, sempre con la solita calligrafia, ai parenti ed agli amici. Diede precise disposizioni per i suoi funerali che volle fossero "laici, senza fiori, senza soste, senza discorsi". In un biglietto stabilì l'ordine con cui desiderava che i suoi racconti venissero ripubblicati. Senza versare una lacrima consegnò a sua moglie questo biglietto di addio per la sua piccola Margherita. "Ciao per sempre, Ita mia cara. Ogni mattina della tua vita io ti saluterò, figlia mia adorata. Cresci buona e bella, vivi con la mamma e per la mamma, e talvolta rileggi queste righe del tuo papà, che ti ha amata tanto e sa di continuare ad essere in te e per te. Io ti seguirò, ti proteggerò sempre, bambina mia adorata, e non devi mai pensare che ti abbia lasciata. Tuo papà"» (Pietro Chiodi).

I funerali di Beppe Fenoglio si svolsero in forma civile, ma in una sosta lungo il percorso, al passaggio a livello di via Vivaro, il suo amico don Bussi pronunciò brevi parole di saluto che suscitarono in città molte polemiche.

Ad aprile Garzanti, vinto il contenzioso con Einaudi, pubblica Un giorno di fuoco, con l'aggiunta di Una questione privata, rinvenuta da Lorenzo Mondo. Il libro si aggiudica il premio Puccini. Nonostante una capziosa stroncatura di Pasolini, l'accoglienza della critica questa volta è quasi unanimemente molto favorevole.

1968
Einaudi pubblica postumo Il partigiano Johnny, a cura di Lorenzo Mondo. Per Fenoglio è la consacrazione definitiva.

1969
Sempre Einaudi pubblica, a cura di Maria Corti, il romanzo giovanile La paga del sabato, che era stato rifiutato da Vittorini nel 1949.

1973
Gino Rizzo pubblica da Einaudi una raccolta di inediti, Un Fenoglio alla prima guerra mondiale.

1974
A cura di Francesco De Nicola esce da Einaudi La voce nella tempesta, adattamento teatrale giovanile da Cime tempestose di Emily Brontë.

1978
Escono le Opere complete di Beppe Fenoglio (in tre volumi e cinque tomi) curate da una squadra di giovani studiosi coordinati da Maria Corti: un lavoro di impegno assolutamente non comune per un autore contemporaneo, morto appena da quindici anni (vengono infatti pubblicate tutte le diverse stesure provvisorie delle opere dell'autore con numerosi inediti).

1992
Dante Isella raccoglie presso Einaudi i Romanzi e racconti di Fenoglio in una nuova edizione complessiva (nuova edizione accresciuta, 2001).

1994
Lorenzo Mondo pubblica presso Einaudi i perduti Appunti partigiani, primissimo nucleo generatore della narrativa resistenziale di Fenoglio.

2000
Sempre da Einaudi esce il Quaderno di traduzioni a cura di Mark Pietralunga.

2002
Luca Bufano cura per Einaudi le Lettere (1940-1962).

2003
A cura di Luca Bufano appaiono presso Einaudi tre nuovi racconti semi-inediti, Una crociera agli antipodi e altre racconti fantastici.


TESTIMONIANZE

«Della fragile salute di Beppe (mia madre) dava la causa a se stessa, a errori ed omissioni che doveva aver fatto nei primissimi anni della sua infanzia, quando, per ascoltare mio padre, lo aveva dato a balia nella Langa, a una donna che non lo teneva come si deve. E una volta che era andata a trovarlo era tornata piena di tristezza perché il bambino piangeva di continuo ed era coperto di sfoghi, ma lei aveva dovuto lasciarglielo, dato che era già in arrivo il secondo figlio. Quel ricordo le procurava una grande pena e lei cercava spesso nell'aspetto del figlio i segni di quella sua colpa antica» (Marisa Fenoglio).

L'inglese
«Era un uomo di sterminate lettura e di incredibile memoria. L'amore per i libri l'aveva consumato da ragazzo, prima della guerra ed a distanza di tanti anni ricordava tutto perfettamente. Aveva letto Shakespeare, diceva, quando i suoi coetanei leggevano Salgari, e dagli elisabettiani gli era venuto il gusto e la volontà di scrivere. Chi ha ascoltato i suoi concitati sfoghi letterari sa come si esaltava a citare testi e brani degli scrittori di quell'epoca, a scandire il suono delle parole inglesi, a spiegarne l'intraducibilità o il bisogno di reinventare l'italiano per adattarlo alla forza di un'altra lingua. Ma l'Inghilterra era per lui molto più di un'affascinante lezione di stile, era il Paese in cui forse avrebbe voluto nascere perché amava le istituzioni che lo governavano, il costume e le conquiste di una società così profondamente diversa da quella italiana» (Felice Campanello).

«Fenoglio, fin dagli anni del ginnasio ad Alba, si era immerso, come un pesce si immerge nell'acqua, nel mondo della letteratura inglese, nella vita, nel costume, nella lingua, particolarmente dell'Inghilterra elisabettiana e rivoluzionaria: viveva in questo mondo, fantasticamente ma fermamente rivissuto, per cercarvi la propria "formazione", in una lontananza metafisica dallo squallido fascismo provinciale che lo circondava. Più volte mi disse che da adolescente aveva spesso sognato di essere un soldato dell'esercito di Cromwell, "con la Bibbia nello zaino ed il fucile a tracolla". [...] L'immedesimazione di Fenoglio con il mondo dell'Inghilterra rivoluzionaria non era per lui un'evasione da ingenuo provinciale, come qualcuno ha creduto. Fenoglio detestava i letterati di mestiere, ma era sufficientemente scaltro e colto per non cadere in ingenuità di questo genere. Fenoglio andava alla ricerca di un modello umano, di una "formazione", di uno stile diverso da quello che il "fascismo" gli offriva. Hanno scritto molto di sé coloro che si convertirono all'ultimo momento, dopo lunghi viaggi attraverso questo o quello, ma forse nessuno scriverà mai la storia di non pochi adolescenti che impararono a rivoltarsi sui banchi di scuola, magari leggendo Platone o Tucidide, e portarono innanzi il loro rifiuto fino alla lotta armata e alla morte. Solo il caso decise che Fenoglio non fosse uno di loro» (Pietro Chiodi).

Lo sport
«Beppe era uno sportivo nel senso culturale: gli piaceva l'agonismo ed accettava la sconfitta come la vittoria, ma dal punto di vista fisico non era granché dotato, come del resto non lo ero io. Eravamo buoni nuotatori, questo sì; e nuotatori di fiume, non di mare, che è un'attività ben più difficile e pericolosa. Giocavamo anche a calcio, anche a pallone elastico, ma non certo con grande abilità. Era semmai più dotato e fortunato nella pallacanestro: a diciotto anni Beppe era alto un metro e ottantuno-ottantadue, ed a quei tempi era una statura alta. Inoltre la pallacanestro ci attraeva perché facilitava la conoscenza delle ragazze, cosa che naturalmente non accadeva con gli altri sport. Una certa ragazza che poi sarebbe stata molto importante per lui, Beppe la conobbe proprio durante un allenamento di pallacanestro» (Walter Fenoglio, b).

La passione per lo sport lo accompagnerà per tutta la vita. «Ad Alba era giocatore temuto di scopone: qualche domenica piombava a Torino e lo trovavi ingrugnito allo stadio; ma più gli piaceva il pallone elastico, il gioco delle sue parti, e sono molti a ricordarlo mentre accenna il rapido ed aggraziato passo, quasi di danza, che precede la battuta» (Lorenzo Mondo).

«Per il ventotto ottobre era obbligatorio svolgere un tema ministeriale di elogio della marcia su Roma. Nell'ora precedente alla mia, il professore di italiano aveva dettato il solito insulso tema. Quando entrai in classe notai subito uno studente nel primo banco con le braccia incrociate che guardava annoiato il foglio bianco. Era Beppe Fenoglio. Lo invitai a scrivere, ma scuoteva la testa. Preoccupato delle conseguenze feci chiamare il professore di italiano. Era Leonardo Cocito. Parlottarono da complici. Ma non ci fu verso. La pagina rimase bianca» (Pietro Chiodi).

«Quando, nell'estate del 1944, i republichini del tristemente noto colonnello Languasco, di stanza ad Alba, andarono in Piazza Rossetti ad arrestare tutta la famiglia di Fenoglio, la madre, all'atto di chiudere la porta di casa, si voltò indietro, cercò intorno con gli occhi e disse: "se dobbiamo andare tutti, prendo la gatta: anche lei è della famiglia", e uscì con la gatta tra le braccia» (Luciana Bombardi Fenoglio, b).

«Alla stazione di Neive del 1952, mi disse che era assai impegnato, e si tormentava perché la narrativa doveva avvicinare il lettore tanto da portarlo a vivere nell'episodio. In particolare ci teneva che la fuga attraverso le maglie del rastrellamento (quello del novembre/dicembre 1944) portasse a sentire l'angoscia della sopravvivenza.
"Ci metto anche qualche collina in più ma devo ottenere l'effetto incalzante e senza respiro del rastrellamento". In realtà l'episodio, che si verificò in condizioni ambientali assai pesanti e con un rapporto iniziale di forze di venti a uno ed alla fine di cento a uno, ebbe molte probabilità di finire male. Si svolse sul tracciato Boscasso/Langa/Mango/Neive/Bricco/Neive/S. Cristoforo/Treiso/Cascina della Langa/Boscasso/Benevello. Volutamente Beppe tracciò una rotta più confusa nel racconto, cosicché non si riuscisse a localizzare, per chi conosce i posti, ma ottiene l'effetto voluto» (Pietro Ghiacci).

La madre, il fumo e lo scrivere
«Avevamo una macelleria ma in tempo di guerra non vendevamo a borsa nera, come facevano tanti altri, quindi soldi ce n'erano pochi, e tenere i figli all'università non era facile. Beppe a scuola era sempre stato bravo, sapeva l'inglese meglio della professoressa, ma poi l'università non l'ha finita. Io glielo dicevo sempre, di studiare, ma lui aveva la passione dello scrivere. Gli trovavo sempre foglietti scarabocchiati dappertutto, anche sotto il letto. Eppure non ho mai pensato che potesse diventare uno scrittore, neanche quando sono usciti i primi libri. Una volta, nel '46, ricordo che Beppe mi appoggiò le due mani sulle spalle e mi disse: "Madre, il mio nome resterà, il tuo no". Ha avuto ragione lui, ma allora io non gli ho creduto» (Margherita Fenoglio, b).

«Scriveva la notte, per tutta la notte. A volte aveva delle ispirazioni che lo raggiungevano quando cenavamo. Si precipitava allora nella sua camera e stendeva degli appunti veloci, nervosi, mentre lui stesso in quegli attimi fremeva, nervosissimo e teso per lo sforzo non indifferente e per l'ansia che lo rodeva. Ricomponeva in seguito queste sue note con grande fatica. [...] È restato sempre generoso con tutti. Forse divenne un po' più frenetico ed esigente nello scrivere. Ricorderò sempre una sua frase pronunciata in risposta ad un mio rimprovero circa l'eccessiva assiduità notturna al tavolino. Mi disse: "Vuoi capirlo, madre, che scrivo?..."» (Margherita Fenoglio, b).

«La passione di scrivere in mio fratello era legata inscindibilmente al vizio delle sigarette. Le due cose insieme erano più che sufficienti a far dire a mia madre che Beppe conduceva vita dissoluta. Fumare costava, era un vizio esecrabile e quantificabile. E per quelle 50 o 60 sigarette al giorno che lui si fumava, ma quante erano in verità?, scoppiavano tra loro le liti più devastanti, quelle che avvelenavano la casa per dei giorni. Quando si annunciavano, mio padre si affrettava a chiudere porte e finestre per via dei vicini e se la svignava dal tabaccaio in piazza, mentre io restavo, in tumulto, tra loro due che si affrontavano in cucina, come duellanti su un territorio prefissato: mia madre dalla parte del lavandino, mio fratello dalla parte del tavolo dove si mangiava. I soldi ed il fumo ne erano lo spunto, ma erano scontri esistenziali, violentissimi tra i due che parlavano lingue diverse.
Io parlavo a quel tempo solo quella di mia madre, la capivo troppo per non volerla aiutare, ne giustificavo gli sfoghi, le ire, e Beppe di rimando nelle sue invettive mi accomunava a lei, aggiungendo per me una rabbia stizzosa e sprezzante perché non mi riconosceva come antagonista.
Dopo ognuna di queste lotte, la casa muta dopo tutto quel fragore, mia madre era come malata, sfiancata da una fatica immensa. Lei così attiva non lavorava più, passava ore seduta su una sedia, a guardare davanti a sé. Una parvenza di normalità, per non tradirsi davanti a lui, si ripristinava quando Beppe tornava a casa dall'ufficio per mangiare. Rapidamente, in silenzio, a quel tavolo di cucina io lo servivo; lui mangiava e ripartiva. Poi a stento, dopo giorni, si ricominciava. Ma ogni volta ci lasciavamo molte penne, tutti.
Con il fumo, così si chiamava da noi il vizio, mia madre se la poteva prendere sacrosantamente, a spada tratta. Ma con lo scrivere?
Il pensiero che si potesse vivere la vita per scrivere le era inconcepibile. Se lo poteva immaginare tutt'al più come un capriccio, un passatempo per gente aristocratica, un privilegio per famiglie della borghesia, che per professione tenevano la penna in mano e avevano a che fare con la carta stampata: quei ceti sociali a cui lei pensava che il figlio potesse anche accedere, per matrimonio o facendo carriera, all'università o in un'industria.
Erano quelli gli sbocchi a cui tendeva quando lo aveva fatto studiare, non certo perché si mettesse a scrivere libri che avevano il demerito, e lei lo toccava con mano, di renderlo estraneo al mondo in cui viveva, ai problemi della vita quotidiana, svogliato proprio a far carriera. Un'attività da guardare benevolmente se fosse stata almeno continuativa, remunerativa; sicura, mentre invece era piena di intoppi, di incertezze, di cose non dipendenti dalla propria volontà, ma dal consenso altrui, e di usura fisica quasi quanto lavorare in macelleria.
Non c'erano risposte a questo tipo di inclinazione, la piazza non offriva precedenti e anche don Vigolungo, da sempre consigliere di mia madre, si teneva un po' sul filosofico, senza la solita regola del due più due fa quattro. Diceva che nelle famiglie a volte ci sono di queste impennate, che da quando mondo è mondo, dove uno meno se lo aspetta, dopo una fila di generazioni tutte uguali, compare l'artista, l'uomo che rompe gli schemi e dà un salto di qualità.
Lei, diceva, facendolo studiare, gli aveva messo in magno gli strumenti per esprimersi.
Ma proprio quel salto di qualità inquietava mia madre: le sembrava che la comparsa di uno scrittore in famiglia non rappresentasse un passo avanti, ma un indebolimento, un segno di decadenza, un'incrinatura in un vaso già fragile, e che altre fossero le professioni di chi ha vera vitalità, nerbo e robustezza nelle cose della vita. [...]
Lo "scrivere" restò quindi per mia madre una attività misteriosa, enigmatica, indecifrabile, ma così compenetrata con l'essenza del figlio da diventare essa stessa inattaccabile. Attività che gli sottraeva ore di lavoro, gli rubava il sonno della notte, gli minava la salute, ma con cui, proprio in forza di questo dominio, bisognava venire a patti. Allo scrivere si avvicinò sempre con cautela, con sospettoso riguardo, alla fine con rispetto, senza mai - mio fratello vivo - sentirsene lusingata o fiera. Si rifiutò ogni volta categoricamente di leggere qualcosa di lui: "Io so di tutto quello che tu scrivi" gli diceva molto emozionata: "Non ho bisogno di leggerti! Io ti conosco!"» (Marisa Fenoglio).

Il lavoro
«Quel lavoro non era stato una sua scelta, ma un modo per venire incontro a mia madre, che lo voleva seduto al sicuro, dietro ad una scrivania, a condurre una vita regolata da precisi orari d'ufficio. Convincerlo non fu facile, a monte c'erano state battaglie violente e Beppe all'inizio sopportò male e il lavoro ed il sopravvento materno.
"Lo sai cos'è l'inglese per me?" le gridò un giorno. "Riesci ad immaginartelo? Io, che leggo, che scrivo, che penso in inglese, che mi calo in quella lingua come fosse la mia, che ne faccio quello che voglio, io adesso potrò solo più scriverci delle lettere commerciali!"» (Marisa Fenoglio).

«Ad Alba faceva l'impiegato di un'azienda vinicola. Per via delle lingue che conosceva gli avevano affidato l'esportazione. Compilava lettere di accompagnamento per partite di Vermouth e spumanti, lavoro abbastanza noioso tutto sommato, ma così poco impegnativo che, eludendo la sorveglianza dei principali, gli consentiva di mandare avanti anche quello di scrittore. Molti si stupiscono dell'umiltà di questa occupazione enologica che gli portava via buona parte della giornata, ma lui l'aveva trovata sopportabile al punto che non ne cercò mai un'altra proprio per gli spiragli di libertà e di fantasia che gli lasciava. Tra una pratica e l'altra infatti, e usando per precauzione la stessa carta intestata della ditta, scriveva interi capitoli dei suoi libri che a casa riscriveva o rifiniva» (Felice Campanello).

Una collega ricorda Fenoglio intento ai propri romanzi e racconti anche in ditta: «Scriveva direttamente a macchina ciò che gli veniva in mente, quando però, per un motivo o per l'altro, non gli era possibile, si fermava, prendeva un appunto che poi avrebbe rielaborato in seguito. Ogni tanto ci leggeva poi degli stralci chiedendoci un parere...» (Mariangela Veglio).

Scrivere
«Un giorno [...] imprecisato della fine degli anni quaranta, sul tavolo della nostra sala da pranzo comparve una macchina da scrivere e da quel momento, per tutti gli anni a venire, vi troneggiò.
La stanza, quella della scala di legno lucido e degli imponenti mobili neri, la più estrapolabile dal resto dell'alloggio, non la toccò più nessuno. Era la nostra stanza più dignitosa, quella che io tenevo a fare vedere alle amiche o aspiranti fidanzati, per creare l'illusione che anche le altre fossero così.
Nessuna visita fu mai così importante, nessun ospite così illustre, da far traslocare in altra sede il suo armamentario di scrittore. Né mai mi riuscì, senza incorrere nell'ira furibonda di Beppe, di spostare, anche solo provvisoriamente, per le mie piccole legittime esigenze, qualcuno di quei piloncini di carte che invadevano il tavolo. In compenso non degnai mai di uno sguardo interessato quei suoi fogli fittissimamente scritti e corretti.
Il lavoro alla Marengo impresse un ritmo serrato, e alla lunga insostenibile, alla sua vita: di giorno in ufficio, di sera cogli amici, in casa solo per mangiare e, di notte, per scrivere.
I pasti a casa nostra erano sempre silenziosi. Mentre mio padre, dopo una giornata di lavoro al mattatoio o in negozio, li divorava, per mio fratello Beppe era soprattutto un'occasione di lettura, che noi ci guardavamo bene dal disturbare. Seduto al suo posto a tavola, di fronte a mia madre ed a me, mangiava alla cieca perché teneva gli occhi fissi sul libro che di volta in volta leggeva, pescando a caso con la forchetta o il cucchiaio nel piatto che noi due tenevamo d'occhio fosse sempre sufficientemente pieno: preoccupate di garantirgli una nutrizione bastante e variata, che sopperisse alla sua assoluta indifferenza al cibo. [...]
Certe sere tornava a casa prima del solito, visibilmente gravido di pensieri da affidare alla carta. Passava veloce accanto a mia madre ed a me che, sedute in cucina sul tavolo, proprio sotto la lampada, eravamo intente a qualche lavoro a maglia.
Si ritirava subito nella camera della scala ed attaccava a lavorare. Noi dall'alto percepivamo quei tre segni inconfondibili ella sua presenza in casa: il fumo delle sigarette, la tosse, ed il battere dei tasti della macchina da scrivere. Scriveva ininterrottamente per ore e nel cuore della notte quelle boccate avide ed appagate di fumatore impenitente, più silenziose della tosse, ma scandite come il battere della macchina da scrivere, mi davano intera la sensazione della sua concentrazione, ma anche della sua infinita lontananza da casa nostra. Ad un'ora imprecisata della notte, che io quasi mai percepivo da sveglia, veniva a dormire nella camera che a quel tempo dividevo con lui. Quell'altra stanza, dove aveva lavorato, finalmente muta, restava fino al mattino piena di fumo e di quell'odore acre che avevano gli inchiostri di una volta, i suoi fogli sparsi sul tavolo, in quell'apparente disordine che è invece l'ordine imperscrutabile del momento creativo» (Marisa Fenoglio).

«Intorno al '51, venne in mente ad un gruppetto di noi di dedicarci alla cultura, settore in cui ad Alba c'era ben poco. Eravamo Felice Campanello, Fenoglio ed io, decidemmo di tenere delle conversazioni. Essi si svolgevano al Circolo Sociale, allora luogo d'incontro della borghesia albese ed unico punto attrezzato (praticamente la sala Fenoglio di oggi). Gli argomenti, prevalentemente di carattere letterario, erano trattati ora dall'uno ora dall'altro. Felice Campanello tenne la prima, un'altra ne tenne il prof. Monchiero, un'altra il prof. Chiodi (anzi, a lui ci eravamo rivolti per realizzare la nostra iniziativa). Poi venne il momento di Fenoglio che mi incaricò di fare il lettore di alcune poesie da lui tradotte dall'inglese e del commento che le precedeva e seguiva. Si trattava del monologo e dei corsi dell'Assassino nella cattedrale di Eliot, di alcune poesie di G.M. Hopkins e di J. Donne, in tutto tre o quattro conversazioni. Fenoglio era un bravissimo dattilografo, mi portava delle paginette benissimo composte e discutevamo insieme sul modo migliore di presentarle» (Gianni Toppino).

«Alto, solitario, vestito di tutto punto (mentre la maggior parte di noi girava in camicia e maglione), egli non conosceva nessuno dei suoi colleghi scrittori e critici (io ero allora anche narratore). Quando l’avvicinai ebbe come un sussulto. Mi sembrò di una timidezza impressionante. Per scioglierci, parlai subito di amici comuni (da Pavese a Calvino: ma lui Pavese non mi pare lo avesse fra gli “amici”, nel senso che si può dare a questa parola; dipendeva anche dal fatto, secondo me importante, che egli veniva dopo, lì sulle Langhe, a raccontare storie diverse). Poi si passò a discorrere del suo lavoro in atto. Parlava pochissimo di questo argomento. La sua attenzione era volta soprattutto all’ambiente, per lui inedito, degli scrittori della sua età o pressappoco. Mi chiedeva notizie di questo o di quello; e s’informava se e come poteva rientrare nella categoria degli “scrittori”. Cioè di autori che vivono esclusivamente del prodotto letterario. Si considerava – è chiaro – del tutto fuori da questa possibilità. Conosceva solo per lettera, mi parve, la Banti, sua estimatrice. E della critica pareva avere una considerazione notevole, in quanto aiuto dato allo scrittore per comprendersi meglio (ce n’è un accenno nella lettera scritta a me il 10 giugno 1959). Pranzammo insieme. Non mi nascondevo la stramberia del quadro offerto: un uomo altissimo, con quel naso davvero da Cirano, che non poteva parlare se non in piemontese (o albese addirittura), accanto ad un giovane meridionale quasi della sua età, che aveva tutt'’altra parlata da adoperare. Sul problema dei vini, fu assolutamente all'’altezza della situazione. E prima che glielo chiedessi si inoltrò in una descrizione dei vini delle sue terre, memorabile. Volevo tornare, dopo il pranzo, all’argomento letteratura, ma soprattutto a ciò che egli andava scrivendo. Non fu tanto possibile. Era certo che avevo acquistato la sua fiducia, ma preferiva essere lontano, non influire con la sua persona» (Giacinto Spagnoletti).

La politica
Nella primavera, allo scadere della prima legislatura repubblicana, la contrapposizione tra fronti politici aveva toccato l'apice, anche in conseguenza di una legge proposta dalla maggioranza formata dalla Democrazia Cristiana e dai partiti laici minori (e subito denominata "legge truffa" dall'opposizione socialista e comunista) che avrebbe dato uno sproporzionato premio di maggioranza allo schieramento di forze apparentate che superasse il cinquanta per cento dei voti più uno. La nascita di un piccolo raggruppamento di dissidenti del P.R.I. e dello P.S.D.I. contrari alla legge e guidati da Parri e Calamandrei ("Unità popolare") impedisce per pochi voti che il provvedimento divenga operativo.
Scrive in proposito Fenoglio a Vittorini, il 9 giugno 1953 (è una delle pochissime testimonianze dirette di cui disponiamo sulle idee politiche di Fenoglio nel dopoguerra): «anch'io ero fortemente attirato da "Unità popolare", ma ho finito col votare P.S.D.I. (che non mi convinceva affatto) per l'ovvia ragione della battaglia dei due fronti. Vedremo. Certo ci ho patito a non votare Parri e Calamandrei».

«Ci eravamo lasciati nel 1940, alla fine dei suoi studi, e ci ritrovammo nel 1945. Fenoglio aveva fatto il partigiano nelle Langhe del Sud, nelle formazioni azzurre. Fungeva da ufficiale di collegamento con la missione inglese, e si aggirava tra partigiani cenciosi in una impeccabile divisa da ufficiale inglese. Io combattevo nelle langhe del Nord con Cocito, ma non lo incontrai mai. Allora sua maestà il Re, la missione inglese ed il "maggiore" (Mauri) erano i tre baluardi del suo spirito puritano ed i "rossi" un incomprensibile sottoprodotto della guerriglia. Così, quando ci ritrovammo nel 1945, i nostri discorsi erano sempre imbarazzati, anzi, ad un certo punto, si interruppero.
Ma tutto questo doveva durare poco. Man mano che il vecchio mondo riemergeva la Resistenza veniva compressa e svilita, Fenoglio imparò da coloro stessi che continuava a detestare come non vi fosse gran differenza tra partigiani azzurri e rossi. Nel frattempo aveva dovuto interrompere gli studi all'Università (si era iscritto in Lettere) e cercarsi un impiego. In una impresa vinicola di Alba dove un centinaio di donne, con le mani paonazze, lavava bottiglie da mattina a sera per un salario inferiore al necessario per vivere, Fenoglio incominciò a vedere i "rossi" in una nuova prospettiva. Proprio per questo - me lo disse egli stesso - una mattina di domenica del giugno 1946, mi venne incontro con grande affetto in piazza Savona ad Alba. Fu così che insieme ci incamminammo per gli amari sentieri della sinistra non comunista» (Pietro Chiodi - che evidentemente retrodata un poco il loro riavvicinamento).

«Tutti mi chiedono: se fosse vivo adesso dove sarebbe schierato. Tessere di partito non ne ha mai avute, ma si sentiva molto nenniano allora, molto socialista. Infatti chiamava me sacrista perché io ero socialdemocratico. Lo vedo molto a sinistra, un uomo democratico, un uomo sereno» (Ugo Cerrato).

«Secondo me era un liberal-socialista nel senso che credeva in una società più giusta. Era anche molto amato dalle maestranze perché era un impiegato che osservava e capiva le loro esigenze e cercava di farle valere e rispettare. Erano tempi durissimi con un ambiente di lavoro che lui riteneva non giusto» (Aldo Agnelli).

«Io conoscevo bene S. Benedetto, Feisoglio, la Langa perché venivo di là e lui si fidava di me per conoscere luoghi, personaggi, nomi, vicende. Ricordo che un sabato pomeriggio eravamo al Savona e lui mi disse: "Mi piacerebbe rivedere i luoghi dove si è svolto il fatto di Gallesio". Questo fatto da giovani ci aveva molto impressionato. [...] Siamo partiti e siamo andati a Gorzegno.
Andammo all'osteria, gli feci conoscere alcuni personaggi, lo portai nell'aia della cascina di Gallesio con la finestra da dove aveva sparato. Non prese nota di niente, però fotografava tutto con gli occhi. Poi, per non rientrare ad Alba, andammo a dormire a S. Benedetto dove ho una casa e dove c'era già mia moglie.
Mentre al mattino indugiavo a letto, Beppe era seduto sotto una pianta vicino alla casa di Corsini con la macchina da scrivere portatile sulle ginocchia. Quando scesi giù c'erano già tre o quattro fogli appallottolate , il resto era venuto di getto. Entusiasta mi fece: "Leggi!". Si trattava del racconto Un giorno di fuoco. Poi aggiunse: "Cosa ne facciamo?". Fui io a suggerirgli di mandarlo alla Banti, con cui era in contatto, per la rivista "Paragone", che poi lo pubblicò e gli mandò quarantamila lire» (Ugo Cerrato).

Le Langhe
«Devo dire che io amavo più la città che i paesi delle Langhe. Beppe invece ne era addirittura innamorato. E non è che ci stesse molto, soprattutto nei primi anni. Si andava lassù a fare le ferie perché a casa facevano già fatica a mantenerci gli studi e non potevano certo mandarci al mare come era per alcuni nostri amici» (Walter Fenoglio, a).

«Conseguì la patente molto tardi, nel 1960, ma non guidava volentieri, non gli piacevano i motori e tutte le cose pratiche lo intimorivano, gli creavano dei problemi. C'erano molti amici che avevano la macchina: l'ingegnere Morra, Ugo Cerrato» (Aldo Agnelli).

«Girava molto a piedi ed era un profondo conoscitore della zona: conosceva i sentieri, le cascine, le famiglie che le abitavano e da loro si faceva raccontare del lavoro dei campi, della produzione annuale, dello stesso bilancio familiare. Lo stupiva la felicità di alcune famiglie contadine che con poco denaro riuscivano a sopravvivere per un anno e lo amareggiava il contrasto con la gente di Alba che magari si giocava a carte, in una sera, la stessa cifra» (Renato Piazza).

«A qualcuno che, sprovvedutamente, gli chiedeva quanto si pagasse per pubblicare un libro, seccamente sbottò: "È Garzanti che ha pagato per me!"» (Carlo M. Richelmy).

La società letteraria
«Fenoglio era diventato, dopo Pavese, lo scrittore più popolare delle Langhe. Vinse anche un paio di premi letterari, ma andò con disagio alla cerimonia perché temeva fossero faccende combinate dalle case editrici, giochetti cui trovava umiliante prestarsi» (Gianni Toppino).

«Fenoglio inorridiva quando qualcuno lo diceva epigono di Pavese, o lo considerava scrittore di ispirazione contadina o provinciale. Ma non se la prendeva, non polemizzava, perché quanto si diceva su di lui non lo interessava minimamente. I pochi critici che lo incontrarono dovettero andarlo a cercare ad Alba. E quando Giovanni Getto, dell'Università di Torino, mi comunicò tutta la sua ammirazione per Fenoglio, ed io, tornato ad Alba, glielo dissi con un certo fervore, egli rimase quasi indifferente, facendomi capire che solo il contrario lo avrebbe stupito. Pochi anni prima, quando fu istituito a Cuneo il premio Pavese, e tutti lo davano sicuro vincitore, egli non vi concorse.
Si trattava di un milione, e Dio solo sa quanto gli sarebbe stato utile. Qualcuno ha pensato che si trattasse di timidezza, dovuta al difetto di pronuncia che lo affliggeva, o al naso alla Cirano, piantato su un viso bitorzoluto. Ma era invece l'esasperazione di una "forma di vita", di uno "stile"» (Pietro Chiodi).

«Lei mi sa sincero quando affermo che i premi letterari non mi tolgono né il sonno né l'appetito. Io non scrivo per competizione (per quanto la sportmanship sia un evidente aspetto del mio carattere), alla radice del mio scrivere c'è una primaria ragione che nessuno conosce all'infuori di me. L'idea di danneggiare Pasolini è lontana da me almeno quanto l'idea di favorirlo. Praticamente non lo conosco, né come uomo, né come scrittore. E poi lo spirito di scuderia (due garzantini) nemmeno mi sfiora. Io sarò un brocco, ma un brocco brado» (Lettera di Fenoglio a Pietro Citati, della prima settimana del giugno 1959, in cui rifiuta di rinunciare alla candidatura proposta dalla Banti e da Longhi al Premio Strega per non danneggiare Pasolini, altro autore pubblicato da Garzanti. Fenoglio non entrerà in cinquina, mentre Pasolini arriverà terzo con Una vita violenta ed il premio verrà assegnato al Gattopardo).

«Dopo la pubblicazione di Primavera di bellezza, Beppe cominciò a godere di una certa fama e pubblica stima in Alba, che in quegli anni era in un periodo di grande crescita economica. Nel 1960 arrivò in città il telequiz "Campanile sera". Beppe venne prescelto come responsabile del cosiddetto pensatoio, ed Alba rimase in carica per cinque o sei trasmissioni» (Walter Fenoglio, b)

La religione
«Monsignor Bussi, che accoglieva sempre molto amichevolmente Beppe in seminario ad Alba, ha confermato che proprio a seguito delle letture sulla storia inglese, Fenoglio si era dato un'educazione luterana considerando tutte le religioni sullo stesso metro, e cioè storico: "Già a sedici anni - ricorda don Bussi - Beppe mi fece trovare una lettera sotto la porta del mio ufficio dove mi diceva che non avrebbe più frequentato il seminario e le pratiche religiose"» (Davide Lajolo).

«Una sera d'estate - l'estate pesante e sorda di Alba - ci incontrammo per caso al Savona, alla presenza di amici comuni, e ne nacque una rissa furibonda, impietosa e crudele, che investiva tutto, religione, politica, Vangelo: su una grandine di giudizi che la passione di entrambi accendeva di colori violenti, il professor Chiodi gettava a piene mani le inesauribili risorse di una dialettica astuta. Fu un processo alla storia cristiana, da Costantino a De Gasperi, degli errori commessi e delle violenze subite, dove tuttavia ci accomunava l'accordo sulla novità che il cristianesimo aveva offerto all'uomo, sulla singolare potenza di quella rivoluzione interiore. [...] Si dice comunemente che Fenoglio non accettasse la Chiesa come istituzione e, di fatto, al matrimonio ne aveva rifiutato le modalità canoniche e giuridiche. Aveva in odio la messa in scena, le platee popolari, la religione espressa per coralità, soprattutto non perdonava alla Chiesa storica gli errori del temporale, la violenza sulle coscienze, il potere. Lo infastidivano le prepotenze ed il sopruso, ma sapeva cogliere le sfumature tra realizzazione e messaggio, talune pagine sue sembrano perfino riflettere l'eco di un trattenuto rispetto per i "separati" (i preti), quando lo siano per davvero, doloranti testimoni di un impegno che non gode di certezze terrene» (Carlo M. Richelmy).

«Da ragazzo era praticante, poi si era allontanato dalla chiesa. Mi diceva: "Io credo in Dio, ma ognuno se lo immagina come può, ed il mio Dio non è quello dei preti". Rifiutava la Chiesa come istituzione, come struttura, ma accettava il messaggio del Vangelo, pur applicandone solo gli insegnamenti che riguardavano questo mondo. Concepiva la vita come un servizio verso gli altri uomini. Ora c'è chi vuol farlo passare per un comunista. Non c'è niente di vero. Quando ci fu il referendum votò per la monarchia, era un badogliano. Poi si spostò a sinistra, ma rimase sempre un riformatore radicaleggiante. Sentiva molto l'esigenza di un'autentica giustizia sociale, ma sempre all'interno di un messaggio evangelico. Ecco il Vangelo gli piaceva perché annulla tutte le leggi degli uomini. Una volta gli chiesero perché non si impegnasse politicamente: rispose che scrivere era già un impegno sufficiente, e forse ancora più importante che quello politico» (Don Natale Bussi).

La poetica
«Per quanto cerchi, non trovo alcun aneddoto di qualche sapore relativamente alla genesi ed alla pubblicazione dei miei libri. Potrà forse interessare questa piccola rivelazione: Primavera di bellezza viene concepito e steso in lingua inglese. Il testo quale lo conoscono i lettori italiani è quindi una mera traduzione.
La critica mi ha seguito e mi segue con una certa attenzione, in misura superiore, debbo dire, all'aspettativa di scrittore appartato e "amateur-like" quale io sono. Le recensioni a tutt'oggi sono numerose e, per quel che riguarda la sostanza, variano dal moderato elogio alla stroncatura selvaggia. In linea generale, il mio atteggiamento di fronte alle sentenze della critica è quello già configurato da altro scrittore e comune, penso, a tutti gli artisti; stupore per quello che i critici sanno trovare nel tuo lavoro ed altrettanto stupore per quello che non sanno trovarci.
Scrivo per un'infinità di motivi. Per vocazione, anche per continuare un rapporto che un avvenimento e le convenzioni della vita hanno reso altrimenti impossibile, anche per giustificare i miei sedici anni di studi non coronati da laurea, anche per spirito agonistico, anche per restituirmi sensazioni passate; per un'infinità di ragioni, insomma. Non certo per divertimento. Ci faccio una fatica nera. La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti. Scrivo with a deep distrust and a deeper faith» (Risposta di Fenoglio alla domanda sottopostagli da Elio Filippo Accrocca per il volume Ritratti su misura di scrittori italiani, Venezia, Sodalizio del libro, 1960).

«Esteriormente parlando, alcuni mi considerano un "irregolare" (o meglio l'"irregolare"), altri mi definiscono gentleman writer.
Considero la letteratura come lo strumento migliore che io abbia per giustificarmi. Mi costa una fatica tremenda e gravi rinunce» (Intervista a Fenoglio di Pietro Bianchi, Il guerriero di Alba sogna in inglese, "Il Giorno", 19 gennaio 1960).

Alba
«Noi dormiamo sotto il peso dei nostri difetti provinciali e ci siamo talmente abituati che non li sentiamo più. La borghesia albese aveva, prima del fascismo, un peso ed un senso. Il fascismo l'ha distrutta o assorbita. Avevamo quattro o cinque giornali che provocavano epiche risse, persino duelli con le loro vivacissime competizioni elettorali. Chi se li ricorda?
Prima della guerra, quando ero studente, vi erano insegnanti che distribuivano cultura anche fuori dalle aule scolastiche. Il prof. Petronio, oggi ordinario di cattedra universitaria, ci insegnò a leggere Proust, Svevo, Melville. Il prof. Chiodi, massimo studioso di Heidegger in Italia, anch'egli oggi ordinario di cattedra universitaria, sapeva parlare ai giovani a scuola e nelle sale dei caffè e spalancava menti e coscienza.
Quanti di noi andammo partigiani perché sapevamo che c'era anche lui? E quanti gli devono la formazione intellettuale e civica? Ora gli altri dormono. Penso che leggano poco, perché, bene o male, chi legge, come dice Fichte, deve alla fine restituire, cioè produrre: qui non si produce nulla ed i giovani, per quel che ne so, preferiscono il pocherino, le fiacche conversazioni di paese, i film del sabato sera.
Sanno che scrivo, è già molto. Forse qualcuno compra i miei libri, ma non ho mai conosciuto un giovane che mi dicesse con franchezza: ho letto il tuo libro, non mi è piaciuto, discorriamone insieme. Li leggono perché mi conoscono, per una curiosità banale, per ragioni sottoculturali. In tanti anni che scrivo di Alba e su Alba e in Alba i soli contatti con i giovani sono stati: di una ragazza che mi ha sottoposto il suo diario intimo, un po' indecente, e di un ragazzo che voleva consigli su certe poesie. È poco? Ma Alba, ottusa da un lungo sonno, distratta dai barbagli del "boom" poco può dare di più» (Dall'intervista a Beppe Fenoglio di Gino Nebiolo, "Gazzetta del Popolo", 9 ottobre 1962).

«Allora ad Alba c'erano perlomeno tre persone che valevano moltissimo e tenevano i colloqui dei massimi sistemi: il prof. Chiodi e il prof. Don Bussi, uno per la valenza marxista-socialista e l'altro per quella cristiana. C'era poi Pinot Gallizio, con la sua estrosità di arti figurative, che aveva fatto irrompere nella città un interesse quasi morboso per la pittura moderna. Penso che allora per originalità di argomentazioni Alba fosse migliore di adesso» (Gianni Toppino).

Fonti della cronologia
Gabriele Pedullà, Beppe Fenoglio Scrittura e Resistenza, Casa delle Letterature, Roma 2003.
Beppe Fenoglio, Diario: in Id., Opere, dirette da Maria Corti, Torino, Einaudi, 1978, vol. III, a cura di Piera Tomasoni.
Luciana Bombardi Fenoglio, a: in Davide Lajolo, Fenoglio. Un guerriero di Cromwell sulle colline delle Langhe, Milano, Rizzoli, 1978.
Luciana Bombardi Fenoglio, b: in Cronologia in Beppe Fenoglio, Romanzi e racconti, a cura di Dante Isella, Torino, Einaudi, 1992.
Margherita Fenoglio, a: in Così nelle Langhe ricordano Fenoglio, "Gazzetta del Popolo", 18 febbraio 1973.
Margherita Fenoglio, b: in Beppe Fenoglio, uno scrittore, una città.
Margherita Fenoglio, c: in Franco Vaccaneo, Beppe Fenoglio. Le opere, i giorni, i luoghi: una biografia per immagini, Torino, Gribaudo, 1990.
Margherita Fenoglio, d: in Davide Lajolo, Fenoglio cit.
Marisa Fenoglio: in Ead., Casa Fenoglio, Palermo, Sellerio, 1995.
Walter Fenoglio, a: in Davide Lajolo, Fenoglio cit.
Walter Fenoglio, b: in Fotobiografia. Conversazione con Walter Fenoglio, a cura di Luca

Bibliografia

Albesi nella toponomastica

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